Notizie mediche sull'eczema a cura del dottor Daniel Wallach - Ottobre 2020

Notizie mediche sull'eczema a cura del dottor Daniel Wallach - Ottobre 2020

Scopri la quarta rassegna stampa scientifica del 2020 a cura del dott. Wallach

Scopri la quarta rassegna stampa scientifica del 2020 a cura del dott. Wallach

  • "Inquinamento e dermatite atopica"
  • "Eczema da contatto causato dagli oli essenziali"
  • "I problemi cutanei degli operatori sanitari in prima linea durante l'epidemia di COVID-19"
  • "La protezione contro l'irritazione causata dalle mascherine N95"
  • "Il dolore da dermatite atopica"
  • "Prevenzione degli eczemi delle infermiere"
  • "Disturbi del sonno nei pazienti affetti da dermatite atopica"
  • "Performance cliniche dei JAK inibitori"

Inquinamento e dermatite atopica

Hendricks AJ, Eichenfield LF, Shi VY.

The impact of airborne pollution on atopic dermatitis: a literature review.

Br J Dermatol 2020;183:16-23.

L'aumento della prevalenza della dermatite atopica va di pari passo con l'industrializzazione e il passaggio delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo a uno stile di vita urbano. In questo nuovo ambiente l’inquinamento atmosferico è molto forte e numerosi studi, epidemiologici e sperimentali, indicano che l’inquinamento ha un effetto deleterio sulla dermatite atopica, sia rispetto alla prevalenza globale che alla gravità dei sintomi.

Gli inquinanti sono le particelle fini, i composti organici volatili, i gas causati dal traffico automobilistico e il fumo di sigaretta. Sia individualmente che nel loro insieme essi determinano un indebolimento della barriera epidermica e un aumento della sua permeabilità. Gli inquinanti favoriscono i processi infiammatori, in particolare mediante l’azione sul recettore degli idrocarburi arilici (AhR) e sulla segnalazione dell’ NF-kB, il che ha come conseguenza di stimolare il prurito. Anche il grattamento altera l’epidermide. È stato inoltre dimostrato che gli inquinanti atmosferici aumentano la disbiosi atopica, con conseguente aumento della colonizzazione da stafilococco.

Tutte le forme d’inquinamento aumentano i radicali liberi e alterano le difese antiossidanti della pelle. I rimedi sono ancora poco conosciuti, ma è risaputo che occorre agire su due fronti: lottare contro l'inquinamento sia a livello collettivo (attività industriali, circolazione automobilistica) che individuale (riscaldamenti a legna o a carbone, tabagismo, alcune tecniche di costruzione, ecc.) e proteggere la pelle attraverso un'igiene accurata e l'applicazione regolare di emollienti. Si può riporre qualche speranza nello sviluppo di attivi che neutralizzino specificamente gli effetti dell'inquinamento creando una barriera fisica o stimolando le difese antiossidanti.

Eczema da contatto causato dagli oli essenziali

Sergoynne L, Mertens M, Dendooven E, Leysen J, Aerts O.

Allergic contact dermatitis, mimicking atopic dermatitis, associated with the use of essential oils in “home-made” cosmetics and aromatherapy diffusers.

Contact Dermatitis 2020;83:311-313.

Riportiamo il caso di una bambina di 10 anni, con precedenti di atopia, che soffriva da due anni di eczema pruriginoso, manifestatosi inizialmente sulle palpebre e propagatosi in seguito sul collo, sul cuoio capelluto, sul tronco e sulle principali pieghe flessorie. Dato che i trattamenti locali non avevano dato risultati, la bambina è stata trattata con ciclosporina, ma senza ottenere effetti soddisfacenti.

A causa della prevalenza sulle palpebre e dell’inefficacia dei trattamenti per la dermatite atopica, si è pensato a un eczema da contatto e sono stati eseguiti i patch test. I test hanno evidenziato un'allergia da contatto ai profumi e in particolare al linalolo (o linalool ). Si tratta di una componente importante degli oli essenziali, in particolare della lavanda. Dall’indagine è emerso che la bambina utilizzava prodotti per il bagno e per l’igiene profumati. E soprattutto che la madre faceva ricorso all'aromaterapia e quindi agli oli essenziali per curare l’asma del fratello della paziente. Aveva quindi installato in tutta la casa dei diffusori di oli essenziali. La madre realizzava inoltre cosmetici fatti in casa con vari ingredienti, tra cui l'olio di lavanda. La piccola paziente era quindi esposta al linalolo in molti modi. Una volta allontanati gli allergeni, la situazione è rientrata nell'ordine.

Questa storia esemplare ci porta a concludere che gli oli essenziali e i cosmetici fatti in casa devono essere utilizzati con prudenza e che, quando un eczema di tipo atopico non risponde ai trattamenti consueti, occorre verificare che non si tratti di un’allergia da contatto. 

I problemi cutanei degli operatori sanitari in prima linea durante l'epidemia di COVID-19

Pei S, Xue Y, Zhao S, et al.

Occupational skin conditions on the front line: a survey among 484 Chinese healthcare professionals caring for Covid-19 patients. J Eur Acad

Dermatol Venereol 2020;34:e354-e357.

Ne abbiamo parlato nella rassegna stampa di luglio, ma il perdurare della pandemia di COVID-19 ci porta a tornare sull’argomento. Dermatologi cinesi e svizzeri hanno studiato nel dettaglio le lesioni cutanee di 484 operatori sanitari cinesi che si occupavano dei pazienti COVID in diversi reparti ospedalieri (rianimazione, medicina generale, malattie infettive, ecc.) a Wuhan e in altre undici province cinesi. La posta in gioco in questo tipo d’indagini è importante per diversi motivi: le dermatiti da irritazione e gli eczemi sono fastidiosi e possono indurre gli operatori sanitari a interrompere l'attività lavorativa nel momento in cui la popolazione ne ha più bisogno. Oltretutto non si può escludere che una lesione cutanea possa essere una porta d’ingresso per il virus.

Complessivamente, il 61,8% degli operatori sanitari in prima linea si lamentava del prurito, il più delle volte lieve (45,5%) o moderato (15,1%) e il 73,1% aveva almeno un'anomalia cutanea in relazione con l'attività professionale: eritema (38,8%), prurigo (22%) e meno spesso bolle, ragadi, papule, escoriazioni, lichenificazione. A fini di prevenzione, gli autori hanno messo in relazione le lesioni cutanee con diversi parametri. Tra i fattori maggiormente coinvolti nei problemi cutanei figurano il tipo di materiale di protezione (sono previsti 3 livelli di protezione, di efficacia crescente), le ore di lavoro e il tempo di utilizzo degli stessi (mascherine, guanti, occhiali).

Gli autori concludono dicendo che l'intervento di dermatologi è necessario per mettere in atto misure volte a preservare l'integrità cutanea degli operatori sanitari a contatto con i pazienti COVID.

La protezione contro l'irritazione causata dalle mascherine N95

Dong L, Yang L, Li Y, et al.

Efficacy of hydrogel patches in preventing facial skin damage caused by mask compression in fighting against coronavirus disease 2019: a short-term, self-controlled study.

J Eur Acad Dermatol Venereol 2020;34:e441-e443.

Ecco una delle misure atte a facilitare l’uso delle mascherine di protezione da parte degli operatori sanitari delle unità COVID. Gli autori hanno testato l’efficacia dei gel igienizzanti del tipo utilizzato per proteggere la cute in caso di ferite o di ulcere da decubito. Il gel utilizzato in questo caso conteneva poliacrilato di sodio, cellulosa e sodio ialuronato. All'indagine hanno partecipato 19 operatori sanitari “impegnati in prima linea", che indossavano una mascherina N95 per oltre 4 ore al giorno. Sul lato sinistro del viso è stato applicato un patch idrogel, mentre il lato destro non è stato trattato. I risultati confermano senza ambiguità l'efficacia di questi patch, sia sui segni clinici (eritema, gonfiore, papule) che sui sintomi (dolore, prurito, sensazione di bruciore) avvertiti dopo 4 ore trascorse con la mascherina.
Nel complesso, i punteggi clinici sono da tre a quattro volte più elevati sul lato di controllo che su quello protetto dall'idrogel. Questo risultato interessante, ben documentato dalle fotografie che illustrano l’articolo, deve essere confermato su periodi più lunghi.

Il dolore da dermatite atopica

Huet F, Shourick J, Séité S, Taïeb C, Misery L.

Pain in Atopic Dermatitis: An Online Population-based Survey.

Acta Derm Venereol 2020;100:adv00198.

La questione del dolore provato dai pazienti atopici è particolarmente complessa. Un tempo questo sintomo non era preso in considerazione perché si pensava che il prurito rappresentasse il dolore della pelle e riassumesse i segni funzionali dell’eczema. Sul piano neurofisiologico il dolore e il prurito sono fenomeni distinti e talvolta opposti. Ad esempio, il dolore provocato da un elevato grattamento allevia il prurito. Ora sappiamo che il prurito e il dolore non si escludono a vicenda, ma possono coesistere. Ad esempio, negli studi clinici che riguardano la dermatite atopica e i suoi trattamenti, si raccomanda di chiedere ai pazienti di valutare l’intensità del prurito e le sensazioni di dolore.

Questo studio clinico francese, realizzato mediante sondaggio online su un campione della popolazione generale adulta, conferma la frequenza del dolore provato dai pazienti affetti da dermatite atopica. 5000 persone hanno partecipato allo studio, basato quindi unicamente sulle dichiarazioni dei partecipanti, senza esame clinico. 3247 persone non soffrivano di alcuna malattia cutanea e sono state utilizzate come gruppo di controllo; 185 (il 3,7%) erano affetti da dermatite atopica. Il 54,6% dei pazienti atopici (e il 6% del gruppo di controllo) ha dichiarato di soffrire di dolori cutanei. Su una scala da 0 a 10, questo dolore non è mai stato valutato a più di 6/10 e spesso aveva una componente neuropatica, come è già stato evidenziato. I pazienti con una DA dolorosa presentavano un'alterazione importante del punteggio di qualità della vita ed erano più spesso fumatori.

Tra i pazienti con DA dolorosa, l'11% ha registrato un dolore permanente nel corso della giornata, gli altri presentavano un dolore intermittente o associato al grattamento. Il dolore poteva essere diffuso o limitato alle lesioni e particolarmente intenso a livello di fessurazioni o escoriazioni. Un dolore valutato 6/10 giustificherebbe teoricamente la prescrizione di analgesici, ma in questo caso occorre essere particolarmente prudenti, poiché il dolore migliora curando l’eczema, senza che sia necessario ricorrere a psicofarmaci, di cui si conoscono i rischi.

Prevenzione degli eczemi delle infermiere

Madan I, Parsons V, Ntani G, et al.

A behaviour change package to prevent hand dermatitis in nurses working in the National Health Service: results of a cluster randomized controlled trial.

Br J Dermatol 2020;183:462-470.

Le infermiere sono particolarmente esposte al rischio di sviluppare una dermatite delle mani, che si tratti di dermatite irritante o di eczema da contatto. Ne conosciamo le conseguenze: eczema doloroso, interruzioni dell'attività lavorativa e a volte abbandono della professione. Le misure preventive sono note, ma applicate in modo disomogeneo. Probabilmente è proprio per convincere le infermiere della fondatezza di tali misure che nel Regno Unito è stato intrapreso questo vasto studio controllato. Esso ha coinvolto 35 ospedali e quasi 2000 infermiere (parliamo al femminile, perché si trattava quasi esclusivamente di donne). Sono stati arruolati due gruppi particolarmente a rischio: studentesse del primo anno con precedenti atopici e infermiere che intervengono in unità di terapia intensiva. Nei siti “controllo” sono state portate avanti le misure abituali. Nei siti “intervento” si proponeva alle infermiere di informarsi sui comportamenti corretti da seguire leggendo un fascicolo di 32 pagine e/o accedendo a una documentazione online. Alle infermiere sono state inoltre fornite creme idratanti. Il parametro di valutazione principale era il tasso di frequenza delle dermatiti delle mani dopo 12 o 15 mesi di monitoraggio. I risultati sono da considerarsi negativi in quanto non ci sono state differenze statisticamente significative tra i due gruppi. Si nota tuttavia una tendenza a favore del gruppo d’intervento e questo può già essere considerato un risultato positivo. Si osserva inoltre che, per mancanza di tempo o per dimenticanza, solo la metà delle infermiere a cui è stato proposto ha effettivamente seguito il modulo (su carta o online) che illustra i comportamenti corretti. I risultati sono deludenti, ma non è una buona ragione per rinunciare a promuovere comportamenti corretti, la protezione delle mani, l’uso d’igienizzanti al posto del sapone e l’applicazione regolare di emollienti.

Disturbi del sonno nei pazienti affetti da dermatite atopica

Jachiet M, Bieuvelet S, Argoud AL et al.

Sleep disturbance in atopic dermatitis: a case-control study using actigraphy and smartphone-collected questionnaires.

Br J Dermatol 2020; 183;577-579.

I disturbi del sonno sono considerati da tempo come una delle conseguenze più penose del prurito causato dalla dermatite atopica. Essi sono presi in considerazione nello SCORAD e numerosi studi hanno dimostrato che contribuiscono a peggiorare la qualità di vita dei pazienti. Va inoltre rilevato che interferiscono con le attività diurne e possono compromettere l’apprendimento scolastico, le attività professionali, la guida di veicoli, con conseguenze che possono rivelarsi gravi. Pertanto, una valutazione precisa dell’importanza dei disturbi del sonno è essenziale per valutare la gravità della DA e la sua incidenza sulla vita quotidiana. Il team dell'ospedale Saint-Louis di Parigi spiega in questo articolo che le risposte fornite al questionario disponibile su un'applicazione per smartphone sono correlati ai risultati delle actigrafie, ovvero alla registrazione dei movimenti notturni utilizzata dai medici del sonno.

I dati raccolti in un gruppo di 15 adulti atopici sono stati confrontati con quelli di 18 volontari sani. Si conferma che negli atopici (punteggio EASI medio 21) tutti i parametri del sonno sono patologici: durata totale del sonno, tempo di addormentamento, risvegli notturni. Poiché l'actigrafia non è una pratica comune, lo studio convalida soprattutto il questionario che consente un’autovalutazione semplice del sonno e la misurazione della sua evoluzione sotto trattamento.

Performance cliniche dei JAK inibitori 

Simpson EL, Lacour JP, Spelman L, et al.

Baricitinib in patients with moderate-to-severe atopic dermatitis and inadequate response to topical corticosteroids: results from two randomized monotherapy phase III trials.

Br J Dermatol 2020;183:242-255. Simpson EL, Sinclair R, Forman S, et al.

Chi legge regolarmente questa rassegna stampa, sa già che diverse case farmaceutiche stanno sviluppando medicinali di una nuova classe terapeutica. Si tratta degli “inibitori JAK”, o inibitori della Janus Chinasi. Inibendo l'azione di questi enzimi, gli inibitori JAK neutralizzano l'effetto delle citochine infiammatorie a livello intracellulare. Questi inibitori JAK esistono in formulazione orale e topica e sono stati pubblicati vari risultati di studi clinici preliminari, molto incoraggianti.
Sono in corso le sperimentazioni di fase 3, che dovrebbero permettere una rapida messa a disposizione di questi medicinali per il trattamento delle forme gravi di dermatite atopica. I due articoli che abbiamo citato hanno molti punti in comune. Sono stati del resto scritti entrambi dal professor ERIC Simpson (Portland, USA) e sono stati condotti in numerosi centri specialistici in Europa, in Asia e in America. L'obiettivo è lo stesso: dimostrare la maggiore efficacia rispetto al placebo e una buona tolleranza, criteri richiesti dalle agenzie governative per autorizzare la  commercializzazione. Il baricitinib (Laboratorio Lilly) è un inibitore di JAK 1 e 2.

Gli studi clinici detti BREEZE-AD1 e BREZE ad-2 hanno arruolato ciascuno più di 600 pazienti adulti, affetti da una DA grave non controllata dai trattamenti topici. Per 16 settimane i pazienti hanno assunto un placebo al giorno, 1 mg, 2 mg o 4 mg di baricitinib. I pazienti dovevano applicare un trattamento emolliente, ma i cortisoni topici non erano autorizzati. Sono stati utilizzati vari parametri di valutazione: la valutazione globale (IGA), i punteggi EASI, POEM, i punteggi di prurito, di dolore. L’efficacia del baricitinib è dose-dipendente e le dosi giornaliere di 2 mg e in particolare quella di 4 mg hanno avuto effetti migliori del placebo. Dovendo citare un solo dato, si può ricordare che circa il 25% dei pazienti raggiunge EASI 75 dopo 16 settimane di trattamento. L'abrocitinib (Laboratorio Pfizer) è un inibitore della Janus Chinasi 1. La sperimentazione di fase 3, denominata JADE-MONO-1, ha arruolato circa 400 pazienti affetti da DA grave e resistente (di cui il 20% adolescenti di età superiore ai 12 anni e l'80% adulti) e ha confrontato le dosi orali quotidiane di 100 mg e 200 mg con il placebo, per un periodo di dodici settimane. Anche in questo caso è stata rispettata la metodologia rigorosa degli studi clinici sulla DA e sono state eseguite numerose misurazioni di criteri clinici (punteggi globali, prurito, qualità di vita).

Indichiamo solo il tasso di risposta EASI-75, precisando che non è possibile confrontare questo studio clinico con quello del baricitinib, del dupilumab o di altri trattamenti, fino a quando non sarà eseguito un confronto diretto. La percentuale di pazienti che ha raggiunto l'EASI-75 a 12 settimane è quindi del 40% per la dose di 100 mg e del 63% per la dose di 200 mg. Gli inibitori orali di JAK sono quindi chiaramente efficaci nella loro fase attuale di sviluppo. Sono ben tollerati e non presentano criticità particolari, ma è noto che gli studi clinici preliminari non sono sufficienti per individuare tutti gli effetti collaterali. I pazienti affetti da dermatiti atopiche gravi avranno presto a disposizione nuove terapie sistemiche.

Date

Giornata dedicata alla silvoterapia «Stile di vita e salute»

Domenica 11 luglio 2021, la Fondazione Eczema ha organizzato nella Stazione Termale Avène la giornata «Stile di vita e salute» o come diventare protagonisti della propria salute agendo sul proprio stile di vita.

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